Della pelle si parla quasi sempre per sottrazione, elencando la secchezza che compare d’inverno o il rossore che arriva senza preavviso, mentre resta in ombra tutto il lavoro che svolge ogni giorno senza chiedere permesso e che è poi la ragione per cui, nella maggior parte dei casi, semplicemente sta bene. Se la longevità cutanea riguarda le funzioni più dell’apparenza, come abbiamo visto nell’articolo precedente, il passo successivo è capire quali siano queste funzioni.
Trattenere e filtrare
La prima cosa che una pelle in equilibrio fa bene è mantenere al proprio interno l’acqua che le serve, e ci riesce grazie a uno strato sottilissimo in cui le cellule più superficiali sono tenute insieme da una componente lipidica che ne cementa la struttura. Finché questa architettura lavora come dovrebbe l’evaporazione resta contenuta, mentre quando perde efficienza l’acqua se ne va più in fretta di quanto venga rimpiazzata e la pelle comincia a tirare, risultando ruvida al tatto anche in assenza di segni particolarmente evidenti.
Conviene chiarire qui una confusione che ricorre spesso, perché una pelle secca produce meno lipidi di quanti gliene servirebbero, mentre una pelle disidratata ha perso acqua e questo può accadere a chiunque, comprese le pelli che di sebo ne producono in abbondanza.
La stessa struttura lavora anche nella direzione opposta, limitando l’ingresso di quanto dall’esterno potrebbe disturbare l’equilibrio, e si tratta di una funzione che notiamo soltanto quando viene meno. Ce ne accorgiamo quando un prodotto tollerato per anni comincia improvvisamente a pizzicare, oppure quando il vento di una giornata all’aperto lascia un rossore che in passato non sarebbe comparso, e dietro entrambe le cose c’è un filtro che sta lavorando con minore efficienza.
Recuperare e adattarsi
La capacità più interessante, e certamente la più trascurata, è quella di tornare alla propria condizione abituale dopo che qualcosa l’ha alterata. Nel corso di una settimana qualsiasi ogni pelle incontra piccoli stress, che possono essere un’esposizione al sole più lunga del previsto oppure semplicemente l’aria troppo secca di un ambiente chiuso, e a distinguere una pelle in equilibrio da una che lo è meno non è il fatto di subirli, cosa che accade a tutte, ma il tempo che impiega a lasciarseli alle spalle.
Quel tempo di recupero è probabilmente l’indicatore più onesto di cui disponiamo, perché racconta come la pelle funziona mentre il suo aspetto in un dato momento si limita a fotografare dove si trova adesso. Una pelle che dopo una giornata difficile ritrova il proprio comfort nel giro di poco sta lavorando bene, per quante linee mostri in superficie.
C’è poi un ultimo movimento, meno immediato da cogliere, che riguarda la capacità di modificarsi insieme all’ambiente in cui si vive. La pelle cambia con le stagioni e con il clima di un luogo diverso da quello abituale, e questo spiega perché una routine che ha funzionato per mesi possa risultare improvvisamente inadeguata quando cambia il contesto, o perché la stessa formula sembri perfetta a novembre ed eccessiva nel pieno dell’estate. Si è spostata la pelle, e ha senso che si sposti con lei anche il modo in cui la si accompagna.
Riconoscere il comfort
Qui arriva la parte meno intuitiva, perché siamo abituati a valutare la pelle guardandola mentre buona parte delle informazioni utili passa attraverso quello che sentiamo. Una pelle che sta bene tende a non farsi notare, nel senso che non tira dopo la detersione e non chiede attenzioni particolari nel corso della giornata. Il comfort è una condizione silenziosa, e proprio per questo tendiamo a darlo per scontato finché c’è.
Osservare la propria pelle in questi termini, senza trasformare l’osservazione in una diagnosi, cambia il metro con cui si valuta ciò che le si applica, perché la domanda smette di riguardare soltanto quello che un prodotto promette di correggere e comincia a riguardare come la pelle si sente nelle ore e nei giorni successivi.
La domanda che resta aperta
Queste funzioni si modificano nel corso della vita, ma non alla stessa velocità in tutti, tanto che due persone nate lo stesso anno possono avere pelli che si comportano in modo profondamente diverso. Da cosa dipenda quella differenza, e perché l’età anagrafica dica meno di quanto crediamo su come una pelle funziona, è il tema del prossimo articolo.



