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La pelle e la memoria dell’ambiente

Sui documenti l’età è un numero soltanto, e per anni la cosmesi lo ha trattato come se fosse una descrizione attendibile di ciò che accade sul viso. Chiunque abbia però osservato le persone della propria generazione sa che quel numero mantiene le promesse in modo assai irregolare, perché a parità di anni ci sono pelli che sembrano avere ancora molte risorse a disposizione e altre che si sono affaticate prima del previsto.

Nell’articolo precedente abbiamo visto quali funzioni definiscono una pelle in equilibrio e come si modifichino nel tempo. Resta da capire perché non lo facciano con lo stesso passo per tutti, e la risposta ha meno a che vedere con la data di nascita di quanto siamo abituati a credere.

Quanto pesa la genetica

La predisposizione individuale conta, e nessuno può negare che alcune persone partano con una pelle che tollera meglio il freddo o che produce lipidi in quantità più generosa. Sarebbe però impreciso fermarsi qui, perché la genetica descrive il punto di partenza mentre il modo in cui una pelle si comporta a cinquant’anni è il risultato di tutto ciò che nel frattempo è accaduto.

La ricerca sull’invecchiamento cutaneo lavora ormai da tempo su questa distinzione, separando i processi che appartengono alla biologia di ciascuno da quelli che si accumulano attraverso il contatto con il mondo esterno. È il secondo gruppo a spiegare perché due coetanei possano trovarsi in condizioni tanto diverse.

Tutto ciò che una pelle incontra

Per descrivere quel secondo gruppo esiste un termine che sta entrando nell’uso comune, “esposoma”, e indica l’insieme delle esposizioni che una persona accumula nel corso della propria vita. Non si tratta soltanto della luce solare, per quanto sia il fattore studiato con maggiore attenzione, ma di tutto quello che la pelle incontra abitualmente: il clima del luogo in cui si abita, la qualità dell’aria che si respira ogni giorno andando al lavoro, il riscaldamento degli interni durante i mesi freddi, la quantità di sonno di un periodo particolarmente denso, perfino le abitudini con cui si tratta la pelle stessa.

Il concetto è utile proprio perché sposta l’attenzione oltre la ricerca dell’ingrediente risolutivo. Una pelle non è il prodotto di ciò che le si applica la sera, ma di un contesto ampio in cui la cosmesi rappresenta una voce fra molte, e riconoscerlo rende il discorso più onesto di quanto lo sia gran parte della comunicazione sull’argomento.

Il peso della ripetizione

C’è un aspetto dell’esposoma che merita di essere sottolineato, e riguarda il fatto che quasi mai a fare la differenza è il singolo episodio. Una giornata al sole senza precauzioni non determina il destino di una pelle, e nemmeno una notte insonne o una settimana in un ambiente troppo secco.

Quello che pesa davvero è la ripetizione, cioè la somma di migliaia di esposizioni ordinarie che si sono accumulate senza clamore nell’arco di decenni. È per questo che la differenza tra due pelli coetanee raramente si spiega con un evento preciso, mentre si chiarisce guardando a due storie quotidiane che hanno preso strade diverse molto tempo prima che il risultato diventasse visibile.

Il rovescio della medaglia

Se il ragionamento si fermasse qui, lascerebbe una sensazione di condanna, come se la pelle fosse soltanto il registro passivo di ciò che ha subito. Vale però la pena considerare che un meccanismo fondato sull’accumulo funziona esattamente allo stesso modo nella direzione opposta.

Anche le protezioni si sommano, e lo fanno con la stessa logica silenziosa: una pelle accompagnata con regolarità per anni arriva ai decenni successivi in condizioni diverse rispetto a una lasciata a se stessa, e questo non dipende dall’intensità di ciò che le è stato applicato ma dalla continuità con cui è stato fatto. Un prodotto usato ogni sera senza pretendere risultati immediati incide più di un trattamento intenso ripetuto per qualche settimana e poi abbandonato.

È qui che l’idea di longevità cutanea trova la sua applicazione più concreta, perché smette di essere una parola e diventa il modo in cui si organizza il tempo lungo della cura.

La domanda che resta aperta

Se la pelle di ciascuno racconta una storia personale, fatta di ciò che ha incontrato e di come è stata accompagnata, allora anche il modo in cui la descriviamo assume un peso che di solito non le attribuiamo.

Le parole che il settore ha usato per anni per parlare dell’età, e quelle che stanno lentamente prendendo il loro posto, sono il tema del prossimo articolo.

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